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Il Carnevale Romano Storico - Carnevale Romano
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Il Carnevale Romano Storico

Le origini

Le prime tracce certe del Carnevale romano risalgono al dodicesimo secolo. Il ludus carnevalarii vedeva già dal 1143 la presenza del papa, che cavalcava fino a Testaccio con il prefetto e i cavalieri della città per svolgere cerimonie propiziatorie. L’evento, straordinario per il tempo, coinvolgeva le famiglie nobili della città e zone limitrofe, che si cimentavano in duelli, palii, giostre e eventi di tauromachia nella piana sotto il Monte dei Cocci, per secoli ritenuto luogo sacro; il popolo si accalcava numeroso, non solo per l’evento spettacolare, ma perché era ghiotta occasione per mangiare la carne che risultava dalle lotte dei cavalieri con gli animali. Tali tipi di eventi verranno portati quindi nel centro della città, tra San Pietro e Piazza Farnese e soprattutto in Piazza Navona, assumendo la dicitura di giochi di Agone e Testaccio.

 

Via del Corso e Piazza del Popolo

Ma è con l’avvento al soglio pontificio di Papa Paolo II e lo spostamento della sua dimora nel palazzetto San Marco a Piazza Venezia, che luogo centrale del carnevale- e della città –  diviene la Via Lata, in seguito ribattezzata Via del Corso per via, appunto, delle corse di giovani, vecchi, bambini, ebrei, asini e bufali con ricchi palii in premio che qui sono istituite. A quei tempi questa via delimitava il limite dell’abitato e per metà era ancora pura campagna; Piazza del Popolo, da cui partivano le corse, era ancora luogo di coltivazione di viti; Piazza di Spagna pascolo per le giumente. Per il Carnevale Romano sono resi centrali questi luoghi, che divengono sede del Carnevale dai fastosi contorni rinascimentali che qui inaugura, per la prima volta il 9 febbraio 1466 con il faraonico costo di 400 fiorini d’oro, sfoggiando cortei trionfali trainati da numerosi e splendidi destrieri ispirati alla tradizione romana e alla mitologia classica.

Da allora, per oltre quattro secoli, la vita, i divertimenti, la cultura e l’arte della città eterna ruoteranno intorno al Carnevale con il coinvolgimento dei grandi artisti del calibro di Donatello, Brunelleschi, Sangallo, Bramante, Raffaello, Michelangelo, Copernico, Ariosto, Tasso, Goldoni come scenografi, pittori, poeti e autori, la presenza di nobili e potenti da tutto il mondo allora conosciuto e la presenza costante del popolo di Roma in festa. Durante tutti questi anni, la storia di Roma e il carattere dei Papi regnanti potrebbero essere riletti analizzando i loro carnevali, la loro capacità di essere permissivi e dare libero sfogo in questo periodo alle pulsioni passionali della città o reprimere e vietare i festeggiamenti: pontefici che diedero inizio al Carnevale sin dal mese di settembre; altri che lo vietarono, andando incontro a vibranti proteste popolari. Esemplare e paradossale, da questo punto di vista, Papa Alessandro VI Borgia che nel 1501 istituì la corsa delle prostitute, in aggiunta agli abituali palii.

 

La sfilata inaugurale e la corsa dei cavalli bàrberi

In quei giorni, giostre, corse, battaglie avevano luogo nel centro della città in un brulicare di maschere di ogni tipo. Due eventi, in particolare, erano particolarmente apprezzati e furono ripetuti negli anni tra i tantissimi che furono prodotti a Roma in queste occasioni: la sfilata inaugurale e la corsa dei cavalli barberi, entrambi protagonisti a Piazza del Popolo e lungo Via del Corso. La via era per giorni luogo di pavoneggiamento delle famiglie nobili, che mostravano le loro splendide carrozze, gettando fiori e confetti a romani e forestieri giunti per l’occasione.  Tutti i balconi erano ornati di broccati e si affittavano posti a sedere ai più facoltosi, mentre il popolo era solito accalcarsi lungo le pendici del Pincio. Tante erano le sfilate, ma quella inaugurale rappresentava un vero e proprio corteo trionfale destinato a mostrare la potenza e lo sfarzo del papa regnante, spesso protagonista – spada alla cintola – in testa al corteo. Il corteo prevedeva carri trionfali, spesso allestiti nelle stesse residenze papali per merito dei grandi artisti di corte, che attingevano alla storia romana e alla mitologia classica, rappresentando un connubio di sacro e profano. Sfilavano le rappresentanze della Chiesa, le magistrature, solennemente vestite all’antica, e le famiglie nobili; musici, artisti e poeti chiudevano la sfilata. Frequentemente erano presenti richiami all’attualità e agli avvenimenti del mondo legati alla cristianità, come le crociate. La distribuzione di denaro, le corse e i banchetti che gli facevano da contorno lo rendevano evento particolarmente gradito alla popolazione. Ma l’evento più atteso del Carnevale era la corsa dei cavalli bàrberi. Raccontano le cronache che a Piazza del Popolo i cavalli venivano presentati al pubblico che si assiepava sulle tribune o nelle carrozze; a Piazza del Popolo si davano appuntamento tutti coloro che si volevano inebriare della eccitazione della partenza, della ferrea presa dei barbareschi che frenavano le irruenze dei cavalli Barberi pronti a lanciarsi nella corsa e nella gloria, dello scatto potente, del rombo degli zoccoli sulla terra o sul selciato, della scia di pennacchi colorati che si allontanavano sempre più da piazza del Popolo per raggiungere, dopo una lunghissima apnea, Piazza Venezia, sede dell’arrivo, dove la “ripresa” dei cavalli scossi, era un momento ricordato come particolarmente spettacolare.

 

Il teatro e l’arte pirotecnica

Per l’occasione via del Corso si trasformava in un teatro all’aperto dove alle maschere tradizionali – Cassandrino, Rugantino, Meo Patacca – si aggregavano costumi tratti dalla vita quotidiana: “il medico”, “il brigante”, “il nobile decaduto”. La riscoperta della cultura classica greca e romana trovava ampio spazio sui carri rinascimentali, aggiungendo maschere allora inusuete che raccontavano le grandi tradizioni dell’Occidente; le grandi vittorie della Chiesa e dei Re cattolici venivano raccontate in una sorta di teatro-giornale che rendesse conto alla popolazione delle crociate e di altri eventi del mondo. I figuranti sui carri iniziavano a muoversi, dando vita nel tempo a vere e proprie figurazioni da cui avrà origine il teatro; la commedia dell’ arte, con le sue maschere e spesso con il suo carattere irriverente, diveniva protagonista a per cui intervenivano nobili e potenti da tutto il mondo allora conosciuto, prima che i grandi teatri di Roma divenissero per il Carnevale sede stabile per le opere di grandi drammaturghi.  Grandiosi spettacoli pirotecnici erano soliti chiudere il Carnevale a simboleggiare la forza purificatrice del fuoco prima dell’avvento della Quaresima: l’arte di “imbrigliare” l’energia del fuoco, condizionandone colori, direzione e disegni raggiunse la massima espressione artistica proprio durante il Carnevale romano, quando i grandi sapienti del tempo arrivarono a concorrere per creare gli effetti artisticamente più arditi ed inattesi attraverso approfondite conoscenze di chimica, meccanica, architettura. Bernini, Vespignani, Posi, Valadier e tanti altri diedero il loro apporto per rendere il fuoco d’artificio una forma d’arte che tutta Europa ammirerà per ben quattro secoli nell’impareggiabile palcoscenico della città di Roma.  La festa dei moccoletti, nella quale grandi e piccini scendevano in strada con una candela accesa provando a spegnersela l’un l’altro in un gioco che riempiva di strepiti giocosi e luci suggestive  il centro città chiudeva l’evento che era stato tanto atteso.

 

Il Carnevale romano nell’arte

L’avvenimento era vissuto come uno spettacolo di irresistibile fascino dai viaggiatori stranieri in visita nella città e dagli artisti, che lo descriveranno con entusiasmo nelle pagine dei loro libri e nei loro dipinti.  Malgrado lo stesso Goethe sottolineasse la difficoltà di descrivere a parole la magnificenza e il brio di quei giorni festosi, poiché “una così grande e vivace massa di fenomeni sensibili dovrebbe essere percepita direttamente dall’occhio e osservata e afferrata da ciascuno a propria guisa”, diversi autori (tra cui Goldoni, Belli, Gogol, Andersen, Dickens e tanti altri) si cimentarono nel tentativo di restituire il clima di euforia collettiva che si respirava a Roma durante il Carnevale. Ma furono certamente gli artisti quelli che riuscirono a rendere con maggiore efficacia, grazie a freschissime istantanee di gruppo, i momenti salienti della festa (dalle mascherate, agli appuntamenti immancabili delle corse dei berberi, alla festa finale dei “moccoletti”) a trasmettere il clima di festa diffusa e l’orgoglio di appartenenza espresso in quei giorni dal popolo romano.

Tra gli artisti romani, Bartolomeo Pinelli, insieme al figlio Achille, seppe cogliere lo spirito più profondo di questa festa riproducendo  fedelmente i momenti salienti di questa spettacolare “messa in scena”, sebbene l’Ottocento abbia visto molte altre suggestive testimonianze pittoriche e incisorie sul Carnevale: quelle del disegnatore francese Jean Louis Baptiste Thomas, che dedicò molti dei suoi acquerelli alle corse dei Berberi o alle varie maschere che durante i giorni del Carnevale era consuetudine incontrare per le vie della città, per arrivare a dipinti di Werner, Orlov e Caffi.

 

Il tramonto del Carnevale romano

Con l’avvento dei Savoia a Roma nel 1870, inizia il tramonto del Carnevale, soprattutto a causa dei molti incidenti che avvenivano durante i giochi e che mietevano diverse vittime tra il pubblico presente. Un’Italia finalmente unita politicamente, sedava le grandi differenze culturali con leggi che non riuscivano a sopprimere le passioni legate a un evento che aveva caratterizzato le feste, la cultura, l’arte della Roma papale per oltre sette secoli.